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…   Storia Rimini

Storia Rimini

Informazioni e curiosità su: Storia Rimini

I più recenti dati archeologici documentano la presenza umana nel territorio riminese già dal paleolitico inferiore: a circa 800.000 di anni fa risalgono infatti le testimonianze più antiche ritrovate sul colle di Covignano, nell'immediato entroterra. Ricerche sistematiche di superficie hanno restituito una considerevole quantità di ciottoli in selce rozzamente scheggiati. Le indagini archeologiche hanno confermato durante il Paleolitico una frequentazione del territorio collinare, allora lambito dal mare.

Tracce della presenza umana nella più recente età della pietra interessano la pianura e le alture intorno a Rimini: in particolare nella zona a Sud della città, sono stati recuperati materiali riconducibili agli antichi insediamenti che gravitavano lungo i corsi d'acqua e la linea di costa.

Sempre dal Covignano provengono significative testimonianze dell'età del bronzo, fra cui resti di un villaggio di  capanne nella zona dell'attuale Seminario, indici di un popolamento diffuso.

La valle del fiume Marecchia fu permeata, per tutta la prima età del ferro, dalla cultura villanoviana che ebbe in Verucchio il suo epicentro romagnolo. Su questa altura si sviluppò, dal IX al VI secolo a.C., una società originale le cui caratteristiche ci sono note attraverso i materiali restituiti dalle necropoli distribuite lungo le pendici: oltre ai tipici ossuari, si segnalano un cinturone in bronzo con simbolo solare,  fibule, asce decorate, vasi di varia foggia.

 

 

Dal VI secolo, con il declino della cultura villanoviana, si abbandonarono gli insediamenti collinari a favore di un più intenso popolamento del fondovalle: qui si incontrarono, in un quadro vitale e complesso di rapporti, genti etrusche, umbre, italiche, greche e celtiche… Ad animarsi fu proprio la foce del Marecchia, un approdo aperto ai commerci fra l'Oriente, le vie del Nord Europa e l'Italia peninsulare.

Il colle di Covignano conferma un ruolo primario nell’insediamento e si connota come luogo di culto, collegato alla presenza di boschi ed acque salutari. Dal colle provengono infatti ceramiche attiche, un’antefissa etrusca, bronzetti votivi e la stipe di Villa Ruffi, un deposito cultuale composto da statue in marmo e bronzo, di divinità ed offerenti, nonché oggetti del rito, attualmente conservati a Copenaghen ed a Roma.

L'ingresso del territorio riminese nella "storia" è siglato dalle notizie di Strabone, Pausania, Polibio e Tito Livio.

 

 

 

ttuti definitivamente i Galli e i loro alleati nella battaglia di Sentino (295 a. C.), nel 268 il Senato di Roma decretò la fondazione  della colonia di Ariminum, nome tratto da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa "la città sul Marecchia". Il sito prescelto, fra la foce del fiume e quella del torrente Aprusa, si colloca laddove già dal V secolo esisteva un emporio commerciale.

La colonia era una sorta di repubblica autonoma, alleata di Roma, ma priva della cittadinanza romana: caratteristiche proprie di una colonia “di diritto latino”. Solo attorno al 90 a.C., la città entrò a far parte a pieno titolo dello stato romano come municipium.

I 6000 coloni laziali e campani, inviati dal Governo centrale ad occupare il territorio con le loro famiglie, attuarono il disegno politico del senato pianificando la struttura della città secondo un progetto che le conferiva il classico impianto a scacchiera, con insulae rettangolari e strade ortogonali, ancora oggi riscontrabili nel tessuto urbano: la via principale, il cardomaximus (oggi via Garibaldi-via IV Novembre), impostato su un'antica via commerciale dai monti al mare, incontrava il decumanus maximus (corso d'Augusto)  nel forum (piazza Tre Martiri), cuore politico, religioso ed economico di Ariminum.

La fondazione comportò l’occupazione e la bonifica del territorio, delimitato a nord dal Rubicone, a sud dal Conca e a ovest dagli Appennini: il progetto fu attuato attraverso la centuriazione che prevedeva la suddivisione in centuriae, appezzamenti di terra di forma quadrata con il lato di circa 710 m, ripartiti in maglie rettangolari da assegnare ai coloni. Il reticolo regolare  era tracciato sul terreno da vie, canali e fossati che tuttora disegnano in parte il paesaggio.

L'esigenza di tutelare la città dalle insidie dei Galli Senoni che ancora popolavano la zona, rese necessaria la costruzione di una solida cinta muraria per proteggere i lati più esposti: a sud, lungo il corso del torrente Aprusa, e a monte, là dove il terreno non offriva ostacoli naturali. Gli altri lati erano invece protetti dal mare e dall’Ariminus. Le mura, dotate di possenti torrioni quadrangolari, erano costruite in grandi blocchi di arenaria locale, squadrati secondo una tecnica in uso nell’Italia centrale, detta opus poligonale, i cui resti sono visibili ai piedi dell'arco d'Augusto.

Nell'età più antica l'ingresso principale alla città doveva avvenire attraverso la via aretina che  si innestava nel cardo massimo per giungere al porto attrezzato alla foce del Marecchia. Dal II secolo a.C., a seguito della politica espansionistica di Roma verso la pianura padana, assunse maggiore importanza il decumano massimo,  che univa la via Flaminia con la via Aemilia, le strade consolari in direzione l’una di Roma e l’altra di Piacenza. I due percorsi presero il nome dai consoli Caio Flaminio e Marco Emilio Lepido che le tracciarono rispettivamente nel 220 e nel 187 a.C.; ad essi si aggiunse nel 132 a.C. la via Popillia, voluta dal console Publio Popillio Lenate per raggiungere da Ariminum Ravenna e più a nord Aquileia. Ariminum divenne così un importante nodo stradale.

In relazione alle guerre civili e sociali che coinvolsero Ariminum, messa a ferro e fuoco da Silla perché partigiana del partito dei populares con a capo Mario, furono eseguite importanti opere di potenziamento del sistema difensivo: fra queste la costruzione,  nel I secolo a.C., della porta a doppio fornice, in blocchi di arenaria, nota come Porta Montanara.

Nel 49 a.C., fra storia e leggenda,  Ariminum lega il suo nome al passaggio di Giulio Cesare che, superato il limite del fiume Rubicone, avrebbe arringato le sue legioni proprio nel foro della nostra città, come ricorda il cippo eretto nel 1555 proprio per mantenere viva la memoria del discorso del generale, ora posto all’imboccatura di via IV Novembre.

Anche in età imperiale sulla città si concentrò l'attenzione del potere centrale.

Ad Augusto si devono importanti interventi urbanistici: oltre alla costruzione dei due monumentali ingressi alla città - l'Arco d'Augusto ed il Ponte di Tiberio- l'imperatore diede avvio a un più generale programma di sviluppo e arredo urbano in cui rientrano la lastricatura delle vie cittadine e l'impulso dato alla crescita dell'edilizia residenziale.

Il riassetto augusteo non intaccò nella sua forma essenziale l'originario impianto che continuò ad avere il suo centro fisico e vitale nel foro: la presenza dei portici e l'andamento curvilineo del lato a monte della piazza crearono una sorta di quinta che poteva fungere da sfondo a quegli spettacoli che poi, dal I secolo d.C., avrebbero trovato una sede più prestigiosa nel vicino teatro, la cui ubicazione è stata individuata negli anni '60. Ai primi secoli dell'impero risalgono anche la costruzione della rete idrica e fognaria e l'edificazione dell'Anfiteatro datato all'epoca di Adriano.

La città romana ci è nota non soltanto nel suo aspetto pubblico, ma anche in quello privato, documentato dai resti delle domus rinvenuti negli scavi particolarmente numerosi nel dopoguerra. Di notevole interesse gli scavi che hanno messo in luce prestigiose dimore: dalla domus di palazzo Diotallevi, nota nel mondo per il mosaico con scena dell’ingresso delle barche nel porto (forse proprio quello di Rimini); alle tre abitazioni dell’ex Vescovado, prezioso esempio di evoluzione edilizia dalla classica casa a peristilio alla domus con cortile e corridoi interni, tipica dell’Italia settentrionale; alla cosiddetta domus dell’Arco, cresciuta a fianco del monumento, a ridosso delle mura cittadine, elegante costruzione caratteristica della fiorente età augustea; alle fastose residenze della tarda età imperiale, da palazzo Gioia a palazzo Palloni al Mercato Coperto, simboli del potere amministrativo e militare che riflette la potenza della vicina Ravenna; per finire con la domus di età imperiale nell'area di piazza Ferrari, decorata con mosaici e affreschi, che ha restituito materiali di grande rilievo tra cui un corredo di strumenti chirurgici, il più ricco consegnatoci dall'antichità.

La calata dei primi barbari, intorno alla metà del III secolo, mise a ferro e fuoco interi quartieri della città, segnando la fine del periodo di pace dei primi secoli dell'impero e rendendo necessaria la costruzione di una nuova cinta difensiva: le mura, in laterizi, inglobarono l'Anfiteatro e racchiusero completamente il centro cittadino.

Soltanto con il trasferimento della capitale da Roma a Ravenna, la città visse una fase di ripresa e di crescita, in relazione alla presenza di funzionari imperiali: residenze palaziali, con splendidi mosaici policromi, sorsero in luogo delle antiche domus, concentrandosi nell'areagravitante intorno all'attuale piazza Cavour in cui, in un momento  non definibile, si era aperto il secondo foro della città.

 

 

 

Dovevano essere proprio facoltose le case romane che nel II secolo dopo Cristo si affacciavano sui  decumani di Ariminum; prendiamo ad esempio quello che oggi corrisponde a via Tempio Malatestiano. Qui  e nelle sue immediate adiacenze sono stati ritrovati i resti di importanti domus.  Agli inizi degli anni '60, in occasione della demolizione dell'ex Vescovado (opera dell'architetto settecentesco Buonamici), fu scoperto  un complesso di tre abitazioni di età romana, la prima delle quali con peristilio, il giardino porticato tradizionale delle case pompeiane.
Nei pressi, in corrispondenza  di piazza Ferrari,  è stata ritrovata nel 1989 la cosiddetta "casa del chirurgo", con lo splendido mosaico policromo che raffigura Orfeo  attorniato  da animali, e altri eleganti mosaici a motivi geometrici, pertinenti ad una domus ristrutturata alla metà del II secolo. Durante il restauro del collegio dei Gesuiti, attuale sede del Museo della Città, tra il 1984 e il 1985, furono portati alla luce i resti di una domus con pavimentazioni a mosaico bianco e nero.

Tutto lascia dunque immaginare una sequenza ininterrotta di case ricche e confortevoli. Costruite in età diverse, da quella repubblicana alla prima età imperiale, furono tutte quante ampliate e abbellite nel II secolo, quando ad Ariminum, grazie ai commerci favoriti dal suo ruolo di primario nodo stradale e dal porto, si moltiplicarono i segni di una diffusa e notevole agiatezza. Il boom economico ebbe fine un secolo dopo. Più d'una casa mostra tracce del vasto e rovinoso incendio, databile  alla metà del III secolo, che causò l'abbandono di alcune domus e la decadenza delle altre. Incendi e devastazioni ricondotti alle prime incursioni barbariche.

La grande domus di palazzo Diotallevi, scoperta nel 1975 a fianco dell'ex Vescovado, fu costruita fra il II e il I secolo avanti Cristo e radicalmente ristrutturata intorno alla metà del II secolo dopo Cristo. Da edificio ampio ma sobrio fu trasformata in un'abitazione lussuosa, con pareti decorate da affreschi e pavimenti a mosaico. La grande sala di rappresentanza destinata ai banchetti è ornata dall'oramai celebre mosaico "delle barche",  in tessere bianche e nere. Al centro Ercole ignudo, con la tradizionale pelle di leone e la clava, alza la coppa in atto di brindare. Secondo una leggenda, Ercole sarebbe stato, in concorrenza con Noè, il fondatore mitico della città e, in età romana,  il suo nume tutelare. Ma la scena più nota che dà il nome al mosaico, è quella  che rappresenta il porto, verosimilmente di Ariminum, col faro (e l'addetto che alimenta la fiamma), una scialuppa e due navi da trasporto su cui si affaccendano gli equipaggi.  Nel mare nuotano pesci tipici dell'Adriatico: delfini, triglie, mazzole….
Oltre al mosaico, nel corso degli scavi sono emersi vari altri reperti. Innanzi tutto il bel torso virile in marmo bianco di ispirazione policletea e la base figurata in pietra che raffigura un maestro di scuola e un ragazzo mentre  attizza la fiammella del candelabro. Inoltre brocche da vino in bronzo, con raffinati manici decorati  e altri strumenti domestici (pentole, tegami, un paio di robuste cesoie). Raffinato è il bronzetto di un Lare danzante, di ellenistica eleganza.
Come la "casa del chirurgo", così chiamata per i "ferri del mestiere" che vi sono stati ritrovati,  sarà appartenuta ad un medico, la domus di palazzo Diotallevi, sulla base del mosaico con la scena navale,  sarà stata la dimora di un ricco imprenditore marittimo.

 

Oscure e perlopiù leggendarie sono le notizie sui primi cristiani di Rimini. La tradizione vuole che la persecuzione di Diocleziano abbia fatto qui numerosi martiri, fra i quali la quindicenne santa Innocenza, copatrona della città. La stessa tradizione situa il luogo dei supplizi fuori Porta Romana (l'Arco d'Augusto), nei pressi del tempio di Giove, in un'area sepolcrale detta per la sua natura paludosa Lacus maior (donde il toponimo Lagomaggio).

Il Cristianesimo, in effetti, dovette diffondersi ad Ariminum tra la fine del II e il principio del III secolo. La cattedra episcopale sarebbe stata istituita nel III secolo. Un vescovo di nome Stemnio avrebbe ottenuto da Costantino di convertire il tempio pagano di Ercole in chiesa cristiana e avrebbe intitolato questa, che sarebbe poi diventata la cattedrale, a santa Colomba.

Il concilio di Nicea del 325 si era chiuso con la sconfitta di Ario, la cui dottrina sulla Trinità era stata condannata. Ciò, tuttavia, non aveva posto fine alle dispute. Per comporre il contrasto, nel 359 l'imperatore Costanzo II convocò a Rimini un nuovo concilio, a cui parteciparono oltre quattrocento vescovi provenienti da tutte le province occidentali (quelli d'Oriente si riunirono a Seleucia).  La scelta di Rimini come luogo del Concilio testimonia l'importanza raggiunta dalla città ed esprime già la sua vocazione all'ospitalità, favorita dalla felice posizione geografica e dal clima mite. Appoggiati dall'imperatore, i seguaci di Ario riuscirono a raccogliere la stragrande maggioranza dei vescovi su una mozione di compromesso che, di fatto, annullava i deliberati di Nicea. Solo un'esigua minoranza di ortodossi si oppose alle conclusioni del concilio di Rimini. Tra questi irriducibili - appena diciotto - è annoverato  unatradizione  annovera il vescovo di Rimini Gaudenzio. Arrestato dal preside dell'imperatore per la sua aperta predicazione antiariana, il 14 ottobre del 360 sarebbe stato linciato da un gruppo di fanatici partigiani di Ario. Secondo un'altra tradizione invece, il santo patrono della cittàsi identificherebbecon il primo vescovo di Rimini, morto martire durante le persecuzioni di Diocleziano.

Va precisato che l'esistenza storica del santo, patrono di Rimini, è ignorata dalle fonti coeve.

Primario nodo stradale, e perciò luogo di passaggio quasi obbligato, Rimini deve sopportare a più riprese l'urto delle invasioni barbariche. Nel 409 vi si accampa il visigoto Alarico, che poi metterà a sacco Roma. Nel 452 Rimini scampa miracolosamente alle orde unne, contro cui schiera - stando a una tradizione non molto solida - tremila uomini. Nel 476 passa per Rimini Odoacre, re degli Eruli, che giunto a Roma deporrà l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augustolo. Nel 490 il goto Teodorico scende in Italia e sconfigge Odoacre, che ripara a Ravenna; Teodorico salpa dal porto di Rimini e sbarca a sei miglia da Ravenna: la città, affamata e priva di soccorsi, deve arrendersi. è l'anno 493. Teodorico si proclama re d'Italia e stabilisce a Ravenna la sua corte.

Intorno alla metà del IV secolo la città era  diffusamente cristianizzatae poteva già contare su edifici di culto: innanzitutto la cattedrale, entro la cinta muraria, e chiese fuori le porte, vicine alle necropoli distribuite ai lati delle principali vie, nella tradizione romana. A Gaudenziofu dedicata la chiesa in origine chiamata "Confessione dei Martiri"nel ricordo dei primi cristiani: gli scavi  intorno al 1970, in occasione della costruzione del Palazzetto dello Sport e della piscina comunale, misero in luceiresti di strutture murarie di questa chiesache affonda le sue radici in età costantiniana. Lungo la Flaminia sorgevano, dal V secolo, anche la chiesa di Santo Stefano, che la tradizione fa risalire a Galla Placidia, e la chiesa di San Gregorio. Fuori da Porta Montanara si trovava la chiesa  intitolata ai santi Andrea, Donato e Giustina, eretta fra il V e il VI secolo in forme che ricordano il mausoleo di Galla Placidiaa Ravenna.

Dal VI secolo la città ospitò, nei suoi luoghi più importanti,le chiesedi San Michelino in foro e di Sant'Innocenza, affacciate sull'antica piazzaromana, la chiesa di Santa Croce, di fianco a palazzo Diotallevi e la chiesa di San Tommaso nell'attuale piazza Ferrari.Dei più antichiedifici di culto riminesi, cheriprendono forme e decorazioni delle coeve costruzioni ravennati, restano traccesoltantonell'abside della chiesa di San Michele in foro.  

 

 

 

 

Primario nodo stradale, e perciò luogo di passaggio quasi obbligato, Rimini dovette sopportare a più riprese l'urto delle invasioni barbariche. Nei primi anni del  400 vi si accampò il visigoto Alarico, colui che mise a sacco Roma. Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente (476 d.C.)  la città e il territorio godettero di un periodo di relativa tranquillità  durante il regno di Teodorico che nel 493 aveva conquistato Ravenna salpando proprio dal porto di Rimini.

Alla morte di Teodorico, Giustiniano, ritenuti maturi i tempi per la riunificazione dell'impero, inviò a sottomettere  l'Italia il più capace dei suoi generali, Belisario, cui si oppose il goto Vitige. Fu l'inizio della terribile guerra goto-bizantina, lunga quasi vent'anni (dal 535 al 553) e combattuta nel più totale disprezzo delle popolazioni che uscirono dal conflitto decimate e prostrate. Nel 538 Giovanni, ufficiale di Belisario, strappò Rimini ai Goti. Vitige la cinse d'assedio: della città oramai allo stremo giunse in soccorso Narsete che la liberò dalla stretta nemica.

Era l'anno 539. Battaglie, assedi e saccheggi, perpetrati nel tempo,  avevano  innescato la spaventosa carestia che fece centinaia di migliaia di vittime, imbarbarendo i superstiti che, travolti da un senso di precarietà, cercavano di salvare i loro beni  nascondendoli come piccoli tesori: è il caso del "tesoretto di piazza Cavour" ritrovato negli anni '60 del secolo scorso, con cucchiai d'argento e oggetti per l'abbigliamento e la cura della persona. 

Procopio di Cesarea, autore di una cronaca vigorosa e impietosa, narra un episodio inquietante: due donne di un villaggio presso Rimini, proprietarie di una locanda, avrebbero ammazzato nel sonno, macellato e divorato diciassette malcapitati viandanti, per essere passate a fil di spada dal diciottesimo.

La guerra fra i Goti e i Bizantini si trascinò con alterne fortune. Nel 552 Rimini fu teatro di un memorabile episodio: il goto Usdrila, che occupava la città, non esitò a far smantellare l'ultima arcata del ponte di Tiberio per fermare l'esercitodel generale bizantino Narsete  diretto a  Roma.  La riaffermata dominazione  bizantina diede  un nuovo assetto politico-amministrativo al territorio. Rimini entrò a far parte - con Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona - della "pentapoli marittima" e, dal 591, fu retta da un duca. Due toponimi conservano il ricordo di questo periodo: "via Ducale" e "Castellaccia", rione così chiamato in ricordo del turrito palazzo del duca.

I bizantini, nonostante le ripetute scorrerie dei Longobardi, mantennero il controllo di queste terre fino all'VIII secolo, quando, intervenuto su richiesta del papa, il re franco Pipino donò, nel 756, le terre conquistate alla Chiesa.

Il titolo di duca, che venne a designare i governatori papali, nella seconda metà del X secolo, in conseguenza della riforma amministrativa di Carlo Magno, fu sostituito da quello di conte o comes ariminensium (o ariminensis), affiancato da altri magistrati tra cui il pater civitatis, carica che diede il nome alla nobile famiglia dei Parcitadi.

Rimini, pur lacerata da guerre e invasioni, si affaccia all'anno Mille riflettendo una marcata continuità con la tradizione romana, persistente nell'impianto urbano. Anche nei secoli in cui le vicende storiche ridussero  la popolazione, il centro cittadino non restrinse il suo perimetro e mantenne un ruolo attivo, alimentato dai rapporti commerciali e dai prodotti del territorio.

Il raccordo fra città e campagna si realizzò nei borghi suburbani che crebbero intorno ai due monasteri benedettini intitolati a San Gaudenzio e ai Santi Pietro e Paolo, sorti rispettivamente lungo la via Flaminia e la via Emilia, alle soglie dell'abitato e di cui si hanno notizie dal IX secolo.

Negli isolati cittadini si dilatarono gli spazi occupati dagli orti e prevalsero abitazioni povere: le registrazioni del Codice Bavaro, suffragate dagli scavi archeologici,  documentano  case di legno, paglia e fango.

All'approdo di origine romana, posto al termine dell'antico cardo,  si aggiunse, intorno al Mille, il porto sulla foce del  Marecchia che aveva deviato il suo corso piegando a Nord: il mare, quale via di commerci e di azioni militari collegate all'attività del porto, concorse a mantenere vitale la città, favorendone la ripresa nel nuovo millennio.

 

 

 

 

 

 

Sulle origini del comune riminese sappiamo poco. Nel X secolo al conte, rappresentante dell'imperatore e del pontefice, si affiancò il Pater civitatis, autorità municipale responsabile della regolamentazione dell'economia e della giustizia. Da questa carica, volgarizzata in "Parcitade", deriverà il cognome della famiglia ghibellina dei Parcitadi. Intorno al 1130 il comune era già una struttura complessa, retta da un Consiglio generale di circa trecento membri, presieduto prima da consoli e quindi, dalla fine del XII secolo, dal Podestà; un agile Consiglio di credenza (o degli anziani), eletto dal Consiglio generale, aveva funzioni esecutive e assicurava il disbrigo degli affari correnti.

Alla fine del XII secolo, in sostituzione dei consoli, fu introdotta a Rimini la figura del podestà, uno straniero con un incarico temporaneo (da sei mesi a un anno). L'innovazione aveva un significato inequivocabile: la provenienza del podestà da un'altra città e la durata limitata della carica volevano garantire da mire di potere e da pesanti ingerenze delle fazioni; è quindi un indizio dell'inasprimento delle lotte di parte fra le consorterie o le casate locali che aspiravano alla supremazia.

Nel 1157 il Comune di Rimini ottenne dall'imperatore Federico Barbarossa un privilegio che riconosceva le magistrature municipali e concedeva alla "diletta e fedelissima città", ghibellina da sempre, ogni diritto sul suo territorio e facoltà di battere moneta.

Il legame con l'impero fu sancito da un importante episodio storico datato al 1226: nella Pasqua di quell'anno Federico II promulgò nel palazzo dell'Arengo  la Bolla d'oro. Il documento,  che prende il nome dalla bulla, sigillo di metallo che ne garantiva l'autenticità, dava mandato all'Ordine dei Cavalieri Teutonici riunito a Rimini, di evangelizzare la Prussia pagana, stabilendo che tale regione divenisse possedimento dell'Ordine con sovranità illimitata. L'evento, che segnò l'inizio della conquista romano-germanica dell'Oriente e la fine delle invasioni barbariche, è ricordato da un'epigrafe inserita  nel 1994  nei Palazzi comunali. La bolla d'oro - di cui nel Museo è esposta una riproduzione - è conservata a Berlino in due esemplari.

L'affermarsi dell'autonomia comunale si rifletté anche in precisi interventi urbanistici: nel 1204,  ebbe inizio la costruzione del Palazzo del Comune, o Arengo, destinato ad ospitare le adunanze del Consiglio generale; al podestà venne riservata una sede autonoma - il Palazzo del Podestà, appunto - nel 1330; intorno alla metà del XIII secolo il Comune intraprese l'erezione delle nuove mura sia per difendersi meglio dai confinanti che per una più rigorosa esazione del dazio.

 

Centro politico ed economico della città medievale era il Campus Comunis, l'attuale piazza Cavour, luogo di incontri colorato dal folklore di un mercato cittadino che si alimentava dei prodotti della campagna e del mare. Elemento aggregante era la fontana che la tradizione vuole di origini romane: delle forme medievali, profondamente rimaneggiate nei successivi restauri, non rimane che l'immagine riprodotta nel bassorilievo di Agostino di Duccio nel Tempio malatestiano, in cui si coglie un aspetto non dissimile da quello delle coeve fontane ancor oggi visibili a Perugia e Fabriano.

La fase comunale fu breve e tormentata. Alle continue guerre con le città vicine (in particolare Cesena e Pesaro), si sommarono i contrasti religiosi (Rimini ospita una forte comunità ereticale, i Patarini) e le lotte di parte. Dagli scontri fra le fazione politiche (Guelfi e Ghibellini) che spesso celavano rivalità personali e familiari, emersero, attraverso un progressivo controllo delle strutture comunali, le famiglie signorili. A Rimini come dovunque.

 

 

 

 

Le prime notizie sui rapporti fra Rimini e I Malatesta, appartenenti alla nobiltà rurale originaria di Pennabilli, si collocano sul finire del XII secolo. La famiglia si stabilì  in città  nel 1216, allorché il Comune - in cambio del sostegno in caso di guerra - accordò a Giovanni, signore di Verucchio, e a suo nipote Malatesta, la cittadinanza riminese, regalando loro cento lire ravennati per l'acquisto di case, forse il primo nucleo della futura rocca.

Malatesta da Verucchio, il dantesco "mastin vecchio", inserendosi abilmente nelle lotte di parte e assicurandosi il controllo della podesteria, sbaragliò i rivali e pose le basi della signoria malatestiana: ghibellino per tradizione familiare, nel 1248 passò al campo avverso venendo ad occupare una posizione predominante grazie all'appoggio della Chiesa e ad un'accorta politica matrimoniale. Nello stesso anno piombò su Rimini, fece prigioniero il podestà e insediò al potere il partito guelfo. Ai ripetuti tentativi di ribellione dei ghibellini, capeggiati dalla famiglia dei Parcitadi, Malatesta rispose esiliandone i capi. Nel 1295 tentò un colpo di mano cui seguirono violenti tumulti; all'indomani della solenne riconciliazione fra le opposte fazioni, Malatesta assalì di notte le case dei capi ghibellini che, sorpresi nel sonno, non poterono opporre resistenza. Parecchi morirono, mentre molti altri furono  fatti prigionieri.

Così ebbe inizio la signoria dei Malatesta. Il "Mastin vecchio" morirà centenario nel 1312. Sposatosi tre volte, generò otto figli. Concordia, la seconda moglie, gli diede tre maschi: Malatestino (detto "dall'Occhio" perché guercio), Giovanni (detto "lo Sciancato"), marito di Francesca da Polenta, e Paolo (detto "il Bello"): questi ultimi sono celebri per essere gli attori della tragedia familiare immortalata da Dante.  Soltanto ai loro discendenti,  Pandolfo Galeotto e Malatesta (soprannominato, per l'occasione, "Guastafamiglia"), che ressero Rimini dal 1334, il potere già esercitato di fatto, fu legittimato da un atto formale, emesso dal Consiglio generale che concedette il "dominio" e la "defensoria" a vita della città, trasmissibili ai discendenti.

La città, agli inizi del '300,  si arricchì di conventi e chiese ove lavorarono grandi artisti: a Giotto, che operò nei primi anni del secolo nella chiesa di San Francesco, si attribuisce il Crocifisso, ancora oggi nel Tempio Malatestiano; ai Maestri della grande Scuola Riminese fiorita fra la fine del '200 ed il 1350, si devono i mirabili affreschi nella chiesa di Sant’Agostino. Presso il Museo della Città, nella grande sala a lui dedicata, campeggia il Giudizio Universale, il grande affresco (mt.17 x 6 ca.) staccato dalla chiesa di Sant'Agostino dopo il terremoto del 1916. Fra i capolavori della Scuola esposti nel Museo figurano un raffinato Crocifisso di Giovanni da Rimini ed alcune tavole depositate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, tra cui un prezioso polittico di Giuliano da Rimini.

Alla peste, che  infuriò nel 1348  decimando l'Europa e spopolando anche Rimini, è probabilmente collegato il rapido tramonto della grande scuola di pittura che in Neri, Giovanni, Giuliano, Pietro, Francesco e Giovanni Baronzio aveva avuto i suoi principali esponenti.

La peste non fermò invece Malatesta "Guastafamiglia" che, rafforzate e ampliate le mura di Rimini, si espanse nelle Marche, provocando l'intervento del cardinale spagnolo Egidio Albornoz, vicario del papa Innocenzo IV,  che fermò il "Guastafamiglia". Alla sua morte (1364) la signoria di Rimini passò prima al fratello Galeotto e poi, nel 1385, al figlio di costui, Carlo, il cui governo è ricordato come un periodo di pace e operosità:  a lui si deve il restauro del porto riminese, che diede alla città cospicui benefici. Non avendo discendenti diretti, Carlo accolse a Rimini i tre figli illegittimi del fratello Pandolfo III - Galeotto Roberto, Sigismondo, e Domenico (più noto come Malatesta Novello) - convincendo  il papa a riconoscerli.

Carlo morì nel 1429. La signoria passò a  Galeotto Roberto, un asceta ardente di zelo religioso, di cui cercò di approfittare il ramo pesarese dei Malatesta. Ma il quattordicenne Sigismondo raccolse un esercito e soffocò la rivolta. Galeotto Roberto rinunciò al potere lasciando il nipote, a soli sedici anni,  signore di Rimini.

Brillante capitano di ventura e accorto diplomatico, principe munifico e raffinato mecenate, spregiudicato calcolatore e improvvisatore intemperante, Sigismondo Pandolfo Malatesta fu un personaggio altrettanto forte che contraddittorio: complessità in cui stanno la sua modernità e il suo fascino.

Consapevole della forza politica esercitata dalla cultura, il principe volle alla sua corte artisti, architetti e intellettuali famosi, provenienti da ogni parte d'Italia:  della loro opera sono custodi, oltre al Tempio Malatestiano e a Castel Sismondo, la Biblioteca Gambalunga con  i suoi incunaboli ed il Museo della Città, nelle cui sale è possibile ammirare preziose tavole di Giovanni Bellini e Domenico Ghirlandaio, un portastemma di Agostino di Duccio, medaglie realizzate da Pisanello e  Matteo de’ Pasti.

Nel 1433 si fermò a Rimini l'anziano imperatore Sigismondo di Lussemburgo; il suo ospite, che considerava l'omonimia un segno del destino, gli riservò un'accoglienza splendida, che l'imperatore ricompensò creandolo cavaliere. a Grandi festeggiamenti salutarono l'arrivo, l'anno seguente, della prima sposa di Sigismondo,  Ginevra, figlia di Niccolò d'Este. Gonfaloniere della Santa Sede, Sigismondo fu uno dei più quotati capitani dello stato pontificio. Nel campo avverso militava Federico da Montefeltro, destinato a diventare suo implacabile nemico.

Nel 1437 Sigismondo  intraprese la costruzione di Castel Sismondo, solida struttura militare e, insieme, sfarzosa residenza principesca.  Alla morte di Ginevra, nel 1440, Francesco Sforza offrì a Sigismondo la mano della figlia Polissena. Nel 1447 il Malatesta, al soldo di Alfonso d'Aragona contro Venezia e Firenze, passò al servizio dei fiorentini per un ritardo nel pagamento degli stipendi: voltafaccia che accrebbe il numero dei suoi nemici tanto da farlo escludere  dai benefici della pace di Lodi (1454).

Nel 1448 anche Polissena morì; Sigismondo, che già aveva una relazione con Isotta degli Atti, poté finalmente renderla pubblica; la relazione, allietata da numerosi figli, fu regolarizzata col matrimonio nel 1456. Intanto, nel 1447 avevano avuto inizio i lavori alla chiesa di San Francesco che porteranno alla costruzione del Tempio Malatestiano. Nel 1459 salì al soglio pontificio Enea Silvio Piccolomini, con il nome di Pio II. Il nuovo papa fu uno dei maggiori nemici del Malatesta: il giorno di Natale del 1460, in un solenne concistoro, Sigismondo venne accusato dei crimini più infamanti, colpito da scomunica e bruciato in effigie. Attaccato dalla truppe coalizzate del papa e di Federico da Montefeltro, Sigismondo perse tutti i suoi domini ad eccezione di Rimini. Morì nel 1468 e venne sepolto nel Tempio Malatestiano rimasto incompiuto. Notevole l'affresco dipinto da Piero della Francesca nel 1451 in una cappella del Tempio, che ritrae il signore di Rimini inginocchiato davanti a San Sigismondo.

Il figlio Roberto Malatesta, detto "il Magnifico", operò abilmente per la riconciliazione con Federico da Montefeltro, di cui nel 1475 sposò la figlia Isabetta. Uomo d'arme come il padre, nel 1481 fu a capo delle truppe veneziano-papali che a Campomorte sconfissero la coalizione milanese-fiorentino-napoletana. Atteso a Roma come trionfatore, vi entrò moribondo: per malaria, o forse per avvelenamento. Suo figlio Pandolfo IV, detto "Pandolfaccio", combattè e perseguitò la nobiltà riminese, sempre più insofferente della dinastia malatestiana. Quattro volte fu bandito da Rimini e altrettante vi rientrò, compiendo feroci vendette. Nel 1528 le truppe di Clemente VII lo costrinsero ad abbandonare definitivamente la città, dove i Malatesta non fecero più ritorno.

 

 

Dopo un periodo di instabilità politica che vide alternarsi il governo del duca Valentino (Cesare Borgia), dei Veneziani e dei Malatesta, con la definitiva cacciata degli antichi signori nel 1528, la città venne restituita alla Chiesa, a cui apparterrà per tre secoli. Già nel 1509, con la costituzione Sipontina, il governo della città era stato conferito al patriziato che amministrava attraverso un Consiglio formato da cento nobili e trenta cittadini.  Rappresentante locale del papa era il governatore. Per Rimini, divenuta un piccolo borgo alla periferia dello Stato pontificio, ebbe inizio un lungo periodo di stasi economica, di inerzia e di indolenza, funestato da un susseguirsi di invasioni, saccheggi, carestie, pestilenze, inondazioni, terremoti. Nel 1672 la città fu colpita dal più grave terremoto di cui si ha memoria, che causò, oltre ad immensi danni, 460 vittime. Per tutto il corso del XVIII secolo si  assistette a ininterrotti passaggi di eserciti stranieri - Austriaci, Spagnoli, Sardi, Napoletani - con occupazioni militari, saccheggi, ruberie e violenze d'ogni genere. Un altro disastroso terremoto - quello della notte di Natale del 1786 - segnò la fine di questo travagliato periodo.

Elemento di impulso per la vita cittadina, fra Cinque e Seicento, fu l’insediamento di nuovi Ordini religiosi che fondarono conventi e chiese nelle vicinanze delle due piazze principali, inserendosi nel tessuto urbano esistente.

Anche l’attività edilizia si collega alla religiosità: a quest’epoca risalgono la costruzione della chiesa della Madonna della Colonnella, dalle forme armoniose e dalle plastiche decorazioni in cotto, e la ristrutturazione della chiesa della Madonna delle Grazie e della chiesa parrocchiale di Santa Maria di San Fortunato (Santa Maria di Scolca, sul colle di Covignano.

Entro le mura della Città, importanti interventi modificarono chiese e conventi tra cui la chiesa dei SS. Bartolomeo e Marino (Santa Rita) e la chiesa di  San Giuliano nel borgo omonimo, di antica tradizione, al di là del fiume Marecchia.

Interventi di ristrutturazione modificarono anche i palazzi comunali e lo spazio della piazza antistante (piazza Cavour), delimitata, nel lato a monte, dall’edificio dei Forni, sul cui sito nell'Ottocento sorgerà il teatro Poletti. Al centro della piazza vennero a trovarsi la fontana, detta della pigna, il cui impianto medievale fu modificato nel 1543 nelle forme attuali, e la vicina statua di Papa Paolo V, eretta nel 1614 quale segno  di deferenza da parte del Consiglio della Città.

Nella "piazza grande" (ora “Tre Martiri”), luogo di mercati e tornei cavallereschi, venne edificato il Tempietto dedicato a Sant'Antonio da Padova, mentre intorno alla metà del ‘500 si costruì l'isolato con la Torre dell'Orologio che conferì alla piazza la forma e le dimensioni odierne. Palazzo Gambalunga, oggi sede della Biblioteca Civica, rappresenta la più significativa testimonianza dei prestigiosi palazzi dei notabili secenteschi

Grazie a due vescovi colti e sensibili - il Davia e il Valenti Gonzaga - e per merito precipuo di un intellettuale di statura europea - il medico, scienziato ed erudito Giovanni Bianchi (Jano Planco) - il Settecento fu un secolo di grande vivacità culturale e di indubbio progresso degli studi scientifici e storici. Al secolo dei lumi  risalgono diverse opere di architettura funzionale tra cui la Pescheria, elegante costruzione che riflette l'importanza della pesca nell'economia locale, nonché complessi religiosi quali le chiese di S. Bernardino, progettata dal Buonamici; di S. Maria in Corte(detta dei Servi), notevole per l'impianto e  la decorazione degli interni; il grande convento dei Gesuiti, oggi sede del Museo della Città, con annessa la chiesa dedicata a San Francesco Saverio (detta del "Suffragio"), la chiesa e il vicino convento di Sant’Agostino, soggetti a rifacimenti architettonici e decorativi.

Tra la fine del secolo e gli inizi del successivo,  la Città fu coinvolta nei principali eventi che cambiarono la storia d'Italia.   Il 4 febbraio 1797, battute le truppe pontificie a Faenza, l'esercito francese giunse a Rimini, festeggiato dai "giacobini" locali; il 6 vi pernottò Napoleone. La città fu aggregata alla Repubblica Cispadana e poi alla Cisalpina, e divenne capoluogo del Dipartimento del Rubicone. Nel marzo del 1815, dopo l'abdicazione di Napoleone, Gioacchino Murat fece tappa a Rimini e di qui lanciò i due celebri appelli "per l'indipendenza d'Italia".

Il 19 luglio la Romagna tornò alla Chiesa. Il clima della Restaurazione e il ristagno dell'economia provocarono frequenti tumulti e la nascita di una fitta rete di sette, a cominciare dalla Carboneria. Ai moti del 1831 aderì anche Rimini, alla cui periferia, il 25 maggio, si combatté la cosiddetta "battaglia delle Celle", ben nota per il vibrante scritto di Mazzini Une nuit de Rimini. Esclusivamente riminese fu la sollevazione del settembre 1845, ispiratrice  del saggio di D'Azeglio Degli ultimi casi di Romagna.

Nel 1857 si apriva  il nuovo, monumentale teatro progettato da Luigi Poletti, inaugurato dalla "prima" dell'Aroldo di Giuseppe Verdi.

Il 22 giugno 1859 Rimini, con tutta la Romagna, si staccava dallo Stato Pontificio; il plebiscito del marzo 1860 ratificava l'annessione al Regno di Sardegna con un diluvio di "sì".

 L'occupazione napoleonica e la Restaurazione segnarono il volto della città. Fu il patrimonio ecclesiastico a risentirne più direttamente: fra le molte chiese distrutte nelle vicende belliche  figura anche  Santa Colomba che,  sconsacrata e utilizzata come caserma, consegnò il titolo di Cattedrale prima alla chiesa di Sant’Agostino e, quindi, al Tempio Malatestiano.

Gli interventi connessi alle operazioni militari e al riassetto urbanistico favorirono un susseguirsi di scoperte archeologiche, premessa per le conoscenze della Rimini antica. E’ soprattutto al valore dello storico Luigi Tonini che si riconducono gli scavi più importanti, le più valide intuizioni e l’opera più significativa sul passato della città.

Il 30 luglio 1843, con l'inaugurazione del primo Stabilimento Bagni, fondato dai conti Alessandro e Ruggero Baldini e dal medico Claudio Tintori, era nata ufficialmente l'industria balneare. Il turismo riminese, che ebbe dagli inizi del '900 il suo emblema nel Grand Hotel, polarizzò l'attività economica e venne a creare una spaccatura fra il Centro e la Marina, simbolicamente tracciata dalla linea ferroviaria del 1861.

 

Agli inizi del Novecento Rimini vide accentuarsi la separazione fra la città, connotata da un volto modesto e a tratti degradato, e il lido che ad ogni estate ospitava turisti raffinati provenienti da ogni parte dell'Europa, alla ricerca di piacere, salute e divertimento nell'"Ostenda d'Italia".  Ma anche lo scenario delle feste  e della vacanza si spense sotto la violenza della prima guerra mondiale che colpì Rimini proprio il giorno dell'entrata in guerra dell'Italia, il 24 maggio 1915, quando la città fu cannoneggiata da un incrociatore austriaco. Non solo: nel 1916 un violento terremoto danneggiò gravemente gli edifici.

Il clima di fermento e di inquietudine del dopoguerra portò dapprima all'affermazione  del socialismo, al governo della città con le elezioni del 1920, e quindi, due anni dopo, a seguito di continue violenze squadristiche (culminate, il 27 maggio, nell'eccidio di Santa Giustina), all'occupazione dei palazzi comunali da parte dei fascisti.

La politica fascista favorì negli anni Trenta l'esplosione del turismo che, da fenomeno di élite, divenne di massa, aprendo all'italiano medio la possibilità delle vacanze al mare. Strumento di propaganda e di creazione del consenso  popolare furono le colonie marine, grandi architetture di stile razionalista, che crebbero lungo il litorale da Cattolica a Bellaria. L’epoca fascista espresse anche un rinnovato interesse per il volto del centro storico, nell’intento di esaltare le origini romane di Rimini: ne fu segno eclatante, negli anni Trenta,  l’isolamento dell’Arco di Augusto, esaltato al centro di un piazzale per la distruzione dei torrioni delle mura romane e delle case che vi si addossavano.

Un capitolo tragico nella storia del secolo appena trascorso è quello della seconda guerra mondiale.

Attraversata dalla Linea Gotica la città subì,  dal 1 novembre del 1943, 373 bombardamenti aerei e 14 navali; il 25 agosto 1944 ebbe inizio la battaglia di Rimini per lo sfondamento della linea gotica, una delle più grandi battaglie del secondo conflitto. Rasa letteralmente al suolo, Rimini perse gran parte del patrimonio monumentale, artistico e storico. Il 35% dei fabbricati andò  completamente distrutto, il 40% lesionato, intatto appena il 2%. Il coefficiente di distruzione - 82% - è il più alto d'Italia con stime di oltre 30 miliardi di lire di danni valutate nel 1946.

Il 21 settembre 1944 l'esercito alleato entrò in Rimini; il 16 agosto, nella piazza oggi intitolata ai Tre Martiri, erano stati impiccati i giovani partigiani riminesi Mario Cappelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani.

La ricostruzione materiale, condotta con straordinaria energia e quasi a tappe forzate, consentì la rapida ripresa e il decollo di una città che già agli inizi degli anni Cinquanta può dirsi, a buon diritto, il più importante centro turistico europeo. Negli anni del boom economico Rimini conobbe una crescita demografica dovuta all'abbandono delle campagne a favore di un'attività che impegnava intere famiglie nella conduzione di bar, pensioni, balere e bagni alla base della fortuna e dell'immagine dell'ospitalità.Larga e precoce èa Rimini la propagazione delle idee repubblicane, anarchiche e socialiste. Nell'agosto del 1872, nella sede del Fascio Operaio, ha luogo il I congresso delle sezioni italiane dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, più noto come "conferenza di Rimini", che termina con la vittoria dei bakuninisti sui seguaci di Marx: èl'atto di nascita formale del movimento anarchico. Il 2 agosto 1874 si apre e si chiude, con massicci arresti, il convegno anarco-repubblicano di Villa Ruffi, sulle colline riminesi, indetto per dar vita a un'insurrezione antimonarchica. Tra i molti e illustri ammanettati, il "triumviro" Aurelio Saffi, il futuro presidente del Consiglio Alessandro Fortis e Domenico Francolini, bandiera del libertarismo riminese.

Dall'Unità d'Italia al 1920 - tolta la parentesi progressista del 1903-1904 - la città èamministrata dalle forze moderate, favorite sia dai criteri di suffragio che dalle profonde divisioni della Sinistra. Le elezioni politiche del novembre 1919 segnano la sconfitta dei moderati, una buona affermazione dei popolari (organizzati in partito dal marzo dello stesso anno) e la schiacciante vittoria dei socialisti, che nel 1920 conquistano il Comune e si accingono all'arduo compito di conciliare le provvidenze sociali col risanamento finanziario. Il movimento fascista, a Rimini meno forte e organizzato che altrove, appare un fenomeno certo preoccupante, ma marginale ed effimero. I risultati delle elezioni del maggio 1921 sembrano confermare questa valutazione: benchè indebolito dalla scissione comunista, il Partito Socialista resta di gran lunga la forza maggioritaria.

 

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